Il bluff dell'accordo e l'Italia a secco: perché il fermo dei TIR non è finito

                                  PODC.


Dimenticate le rassicurazioni dei telegiornali che parlano di un'emergenza rientrata. Se volete capire il reale stato d'avanzamento della protesta degli autotrasportatori contro il caro gasolio, non ascoltate le dichiarazioni ufficiali: fatevi un giro nel reparto ortofrutta del vostro supermercato. Gli scaffali vuoti sono l'unico bollettino che conta.

Mentre nei palazzi del potere si celebrano "tavoli tecnici" e si firmano accordi basati su promesse future, nei poli logistici e sulle strade la realtà è un'altra. E ci racconta di un Paese con la logistica paralizzata e una fiducia nelle istituzioni pari a zero.

Un Paese che muove oltre l'80% delle sue merci su gomma è un gigante dai piedi d'argilla. Quando il prezzo del carburante raggiunge livelli insostenibili per chi guida un TIR, il sistema va in asfissia in meno di 48 ore. A farne le spese è la filiera del fresco: frutta e verdura non possono aspettare i tempi della burocrazia. I mancati rifornimenti nei supermercati non sono un semplice disagio per il consumatore, ma la prova tecnica di quanto sia fragile la nostra catena di approvvigionamento.

 Il Governo ha provato a spegnere l'incendio con il solito metodo: un accordo calato dall'alto, basato su promesse di sgravi e compensazioni future. Ma chi deve anticipare migliaia di euro oggi per fare il pieno non vive di pagherò. Questo spiega la profonda spaccatura a cui stiamo assistendo: le sigle nazionali firmano le tregue, ma le basi territoriali non si fidano e tirano dritto.

 La cartina di tornasole di questa sfiducia è la Sicilia. Se in alcune regioni del Nord l'accordo ha allentato la morsa, in diverse zone del Sud la protesta si è radicalizzata. Non è un caso che a Palermo, a Catania e in vari snodi dell'isola i presidi strategici e i tir fermi ai varchi dei porti siano ancora pienamente operativi. La Sicilia, che sconta storicamente costi logistici e di insularità già drammatici, sa bene che le promesse governative tendono a sbiadire man mano che scendono lungo lo stivale. Lì, incrociare le braccia non è solo una protesta sui centesimi al litro, ma una questione di sopravvivenza aziendale.Quella a cui stiamo assistendo non è solo una vertenza sindacale di categoria. È il sintomo di una politica che affronta le crisi strutturali (la dipendenza energetica, il trasporto tutto su gomma, l'inflazione) con le toppe temporanee dell'emergenza. Finchè l'unica risposta ai problemi reali saranno i tavoli tecnici senza coperture immediate, chi lavora sulla strada continuerà a usare l'unica arma che gli è rimasta: spegnere il motore e fermare il Paese.

Se l'Italia muove oltre l'80% delle merci su gomma ed è un "gigante dai piedi d'argilla", la toppa non può essere l'ennesimo sussidio temporaneo per il gasolio. La via d'uscita strutturale si chiama intermodalità: combinare treno, nave e camion in un'unica catena logistica. Significa usare le ferrovie (su cui abbiamo speso miliardi per l'Alta Velocità passeggeri, dimenticando i treni merci) e le Autostrade del Mare per le tratte lunghe, lasciando ai TIR solo il cosiddetto "primo e ultimo miglio" per le consegne locali.

Sulla carta è la soluzione perfetta, capace di abbattere costi ed emissioni. Nella realtà, però, si scontra con l'inadeguatezza del sistema Paese: questa transizione richiede interporti moderni che, specialmente al Sud, scarseggiano; necessita di porti veloci e non paralizzati dalla burocrazia (fondamentali per le isole come la Sicilia); e impone l'acquisto di nuove flotte a trazione alternativa (elettrico, idrogeno o metano) che oggi i piccoli trasportatori, già strozzati dalla crisi, non possono minimamente permettersi. Finché la politica non interverrà sull'infrastruttura reale invece di firmare assegni a vuoto, l'Italia resterà sempre ostaggio del prossimo rincaro alla pompa

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